

Ventuno.

La formazione del regno d'Italia.


77. Cavour primo ministro in Piemonte: una svolta decisiva per
l'unificazione nazionale.

Da: G. Procacci, Storia degli Italiani, secondo, Laterza, Bari,
1968.

Nel 1852 ebbe inizio una fase decisiva per l'unificazione
nazionale italiana che gli storici definiscono decennio di
preparazione; essa ebbe come protagonista il nuovo primo ministro
del regno di Sardegna: Camillo Benso conte di Cavour. Lo storico
Giuliano Procacci chiarisce come realismo e lucidit
caratterizzarono l'azione politica dello statista piemontese fin
dall'inizio. Deciso ad attuare un programma di ammodernamento
politico ed economico, egli si accord con la sinistra moderata di
Urbano Rattazzi, in modo da assicurare al suo governo un'ampia e
stabile maggioranza. Fautore della politica economica liberista,
promosse la liberalizzazione dei mercati e l'inserimento del
Piemonte nei circuiti commerciali internazionali; allo stesso
tempo per, sapendo che le riforme di sistema avrebbero prodotto i
loro effetti in tempi lunghi, impegn lo stato nella realizzazione
di infrastrutture, come canali e ferrovie, che favorissero lo
sviluppo dell'attivit imprenditoriale. In campo politico-
istituzionale prosegu l'opera di laicizzazione iniziata dal
precedente governo e cerc di consolidare il potere del
parlamento. Il Piemonte, che cos assunse il carattere di una
moderna monarchia costituzionale, divenne allora centro di
attrazione per molti emigrati politici italiani, che guardavano
con crescente favore alle iniziative politiche del Cavour. Questo
si assicur in tal modo il sostegno di gran parte dei liberali
italiani, i quali finiranno per attribuire al Piemonte il ruolo di
stato-guida per la realizzazione dell'unificazione nazionale.


Cadetto di una famiglia di vecchia nobilt e indirizzato dal padre
alla carriera militare, egli [Cavour] l'aveva ben presto
abbandonata per una vita di viaggi, di affari, di speculazioni, di
studi e di amori, e per dedicarsi in et pi matura alla politica.
In una societ in cui molti erano gli aristocratici taccagnamente
imborghesiti e molti i borghesi che ostentavano pose nobiliari,
egli possedeva al tempo stesso tutte le virt del borghese e tutte
le virt dell'aristocratico: l'irrequietezza intellettuale e
l'abitudine al comando, il gusto di far denaro e quello di
spenderlo, la freschezza di energie di una nuova classe sociale e
lo stile di una vecchia. Di orientamenti politici moderati, alieno
da ogni simpatia verso la rivoluzione e il romanticismo politico
dei mazziniani, egli si rese conto peraltro della impossibilit di
governare contro le diffuse aspirazioni democratiche fermentanti
nei ceti borghesi e piccolo-borghesi e, prima ancora di assumere
le redini del gabinetto, si assicur la maggioranza nel
Parlamento, stringendo un'alleanza (il cosiddetto Connubio) con
le correnti pi moderate della Sinistra e con il loro esponente
pi in vista, Urbano Rattazzi. Essendosi in tal modo garantito
contro l'impazienza dei mazziniani e le nostalgie retrive dei
municipali della corte, pot svolgere con relativa tranquillit
il programma di liberalizzazione e di ammodernamento della societ
piemontese che aveva in mente.
Innanzitutto nel campo economico: da buon lettore di Adam Smith
[economista e filosofo scozzese, vissuto fra il 1723 e il 1790,
considerato il fondatore dell'economia politica e della scuola
economica liberista] e da imprenditore agricolo illuminato e
intraprendente quale egli era, Cavour nutriva una concezione dello
sviluppo economico essenzialmente liberista. La via del
rinnovamento della societ piemontese passava a suo giudizio
attraverso la vittoria delle tendenze mercantili e capitalistiche
gi operanti in essa e questa a sua volta aveva per presupposto
una radicale e tonificante liberalizzazione del mercato e
l'inserimento pieno del Piemonte nel grande circuito dell'economia
europea. Profondamente convinto della giustezza e della fecondit
di questa prospettiva di sviluppo economico, Cavour, gi nei
diciotto mesi durante i quali aveva occupato la carica di ministro
dell'Agricoltura, aveva stipulato una serie di trattati
commerciali - con la Francia, con l'Inghilterra, con il Belgio,
con l'Austria - tutti improntati a un pronunciato liberismo. La
visione che egli nutriva dello sviluppo capitalistico era
essenzialmente fondata sulla prospettiva di una sua germinazione
dal basso, attraverso l'iniziativa coraggiosa dei singoli
produttori e agricoltori, cos come era avvenuto nelle evolute
societ dell'Europa occidentale, in Inghilterra e in Francia. Ci
richiedeva peraltro dei tempi assai lunghi e Cavour, che non era
un dottrinario e che aveva ben appreso dai testi che aveva letto
la distinzione tra economia teorica e politica economica, non
escludeva affatto che si potessero trovare delle scorciatoie e
degli espedienti che consentissero all'economia piemontese, o
italiana, di riguadagnare parte del tempo perduto. A questo fine,
al fine cio di sollecitare e agevolare il libero sviluppo
dell'economia borghese, doveva essere diretta l'azione dello
Stato. Ed ecco Cavour progettare e promuovere nella sua azione di
governo la costruzione in grande stile di opere pubbliche a
carattere infrastrutturale: il canale che da lui prese nome e che
consent l'irrigazione razionale delle campagne novaresi e
vercellesi, il traforo del Frjus, le ferrovie. In questo quadro
va anche vista la costituzione di un grande istituto centrale e
statale di credito, la Banca Nazionale, embrione della futura
Banca d'Italia.
I frutti di questa politica economica non tardarono ad apparire
evidenti: al principio del 1859 il Piemonte contava 850 chilometri
di ferrovie, tra private e statali, contro i 986 esistenti in
tutti gli altri Stati d'Italia, e il suo commercio estero era
notevolmente superiore a quello del vicino e florido Lombardo-
Veneto. In un'Italia in cui il ritmo dello sviluppo economico,
dopo la curva ascendente del periodo 1830-'46, segnava il passo,
il Piemonte era l'unico Stato che riuscisse a tener dietro in
qualche modo alla vertiginosa crescita dell'economia capitalistica
europea.
Ma la libert economica non era concepibile senza la libert
politica, la libert del borghese senza quella del cittadino.
Cavour ne era pienamente consapevole e prosegu perci con grande
fermezza nell'opera di laicizzazione dello Stato gi intrapresa da
d'Azeglio. Nel 1855, pur di non rinunciare a una legge che
sopprimeva un cospicuo numero di conventi, egli non esit ad
affrontare una difficile crisi di governo (la cosiddetta crisi
Calabiana) e a tener testa al re, che si era impegnato con Pio
nono ad adoperarsi perch la legge in questione non passasse.
Sotto il governo di Cavour il Piemonte fu il solo tra gli Stati
italiani in cui non solo la vita politica e parlamentare si
svolgeva secondo le norme della monarchia costituzionale e dello
Statuto, ma anche quello in cui vigeva un regime di effettiva
libert di stampa, di associazione e di insegnamento. Ci fin per
fare del regno subalpino un centro di attrazione per molti degli
emigrati politici italiani, che sempre pi numerosi vennero a
stabilirsi a Torino e vi ottennero dal governo importanti
incarichi nell'insegnamento e nell'amministrazione. Il loro numero
raggiunse ben presto le varie decine di migliaia, al punto che il
problema della loro convivenza con la popolazione piemontese si
pose seriamente. Tra di essi vi erano uomini di grande prestigio e
autorit, quali il romagnolo Luigi Carlo Farini, il lombardo
Cesare Correnti, il modenese Manfredo Fanti, che divenne generale
dell'esercito piemontese, il siciliano Francesco Ferrara, un
economista di grande valore, cui si deve l'iniziativa della
collana Biblioteca dell'economista, che fece conoscere in Italia
i classici dell'economia politica moderna, il napoletano Bertrando
Spaventa, filosofo di scuola hegeliana, e Francesco De Sanctis,
pure napoletano, il pi dotato critico e storico letterario
dell'Ottocento italiano. Di diversa provenienza regionale, gli
emigrati politici in Piemonte erano divisi anche per orientamenti
politici: alcuni - come Mamiani, Bonghi, Bianchi - erano pi o
meno vicini al moderatismo piemontese e cavouriano, altri - come
il folto gruppo dei residenti a Genova, nel quale facevano spicco
Rosolino Pilo, Agostino Bertani e lo stesso Pisacane - erano stati
o erano ancora mazziniani. Dopo il fallimento dell'impresa di
Sapri una sempre pi larga convergenza sulle posizioni cavouriane
venne manifestandosi nelle file dell'emigrazione. Nacque cos, per
impulso di La Farina e di Daniele Manin, la Societ nazionale che
si proponeva di raccogliere attorno a s e sotto la bandiera
dell'unitarismo monarchico tutto il patriottismo italiano. Ad essa
ader anche Giuseppe Garibaldi. L'isolamento di Mazzini era, cos,
completo. Autorizzata tacitamente in un primo tempo, incoraggiata
poi pubblicamente e ufficialmente, la Societ nazionale fu uno
strumento di prim'ordine della politica estera e nazionale
cavouriana.
